Cenni storici su Manoppello

Avvolta come in una nicchia dalle verdi sfumature delle sue colline e dalle vette innevate della Majella, a 217 metri sul livello del mare, si innalza Manoppello in una posizione geografica particolarmente felice, che favorisce il contatto in breve tempo sia con le zone marine che con quelle della più alta montagna.
Il "manoppio", piccola quantità di grano capace di esser contenuta tutta in una mano, che campeggia sullo stemma del paese, sembra confermare l'etimologia del nome Manoppello risultante dalla contrazione del termine manus col tema plere per significare "mano piena". Sia il covone di grano che la denominazione del luogo rimandano alla fertilità della terra, che in epoche passate garantiva prosperità e abbondanza di risorse alimentari.
Numerosi reperti archeologici sono stati rinvenuti nella zona ancora oggi denominata Valle Romana, la quale ci rimanda indiscutibilmente alla presenza dei Romani, mentre i due monasteri di Santa Maria Arabona e di Vallebona attestano il culto della dea Bona.


Veduta aerea di
Manoppello

L'attuale insediamento urbano, nelle sue caratteristiche architettoniche, porta la chiara impronta delle strutture urbanistiche medievali. A scopo difensivo Manoppello sorse su di una collina e fu abbracciata da una cinta muraria della quale oggi resta solo uno scorcio. Delle quattro  porte d'accesso all'antica cittadina, poste in corrispondenza dei punti cardinali, restano, invece, tracce evidenti. Arteria principale dell'agglomerato è il corso che si snoda tra le due estremità del centro storico, da Piazza San Francesco, in cui un tempo sorgeva un convento francescano del quale non restano che preziosi ruderi, a Piazza Castello, così denominata perché vi si ergeva il castello tanto citato dalle fonti e famoso per l'assedio che sostenne nel 1392 contro Ladislao, e nel 1440 contro Braccio di Montone.
Il corso è arricchito dal pregio architettonico di imponenti palazzi dalle cornici in pietra finemente lavorati, tuttora abitati e un tempo sede dei signorotti del luogo; un tessuto edilizio di minor valore si estende, invece, nella parte ovest del paese - molto più sviluppata della parte est- che pare costituisse il nucleo originario dell'insediamento longobardo, in seguito ampliato e meglio definito nell'assetto odierno.
Un documento che ci permette di stabilire il periodo della fondazione del paese - che dagli inizi della sua storia fu per più di un secolo alle dipendenze del monastero di Montecassino - è un Diploma dell'imperatore Ludovico Il risalente all'874, anno in cui avvenne la donazione del castello di Manoppello alla badia di San Clemente a Casauria.
E' attestato, inoltre, che la contea di Manoppello fu fondata nel 1061 e primo conte ne fu un tale Boamondo. In seguito, più volte depredato e saccheggiato dal conte Riccardo e dal figlio Roberto, nel 1140 l'intero territorio della contea fu affidato da re Ruggieri ad un altro conte Boamondo, detto di Tarsia. Nella rassegna dei feudatari d'Abruzzo, tenutasi attorno al 1150, quella di Manoppello risultò essere la contea più grande; il Conte aveva in demanio anche Popoli, ottenuta direttamente dal Re, e la badia di san Clemente a Casauria era in comitatu Manuppelli.
Nel 1197 la contea di Manoppello venne donata dal sovrano Federico Il ai due fratelli Maniero e Gentile di Palearia (o Pagliara), che alcuni documenti dell'epoca definiscono "conti di Manoppello"; in seguito, nel 1271, furono "signori di Manoppello" Matteo e Fulcone De Plesiaco.
Nella mostra dei feudatari del 1279 Manoppello risulta appartenere a Tommasa, ultima erede dei Pagliara; dal suo matrimonio col conte Giordano, nacque Maria di Suliaco, che nel 1340 sposando Napoleone Il de flliis Ursi, consegnava in dote le ricche signorie della madre alla famiglia Orsini che tanta parte ebbe nella storia di questa cittadina.
Antica famiglia quella degli Orsini, nel XIII secolo si divise in tre rami, tra cui quello di Napoleone che ebbe feudi in Abruzzo e fu Conte di Manoppello con l'assenso della regina Giovanna. Successore del Conte Napoleone fu, nel 1369, il figlio Giovanni al quale seguì Napoleone III che non solo ereditò i possedimenti paterni, ma fu anche autorizzato a battere moneta nel 1383.
Oltre che agli Orsini e alla famiglia Colonna, la contea di Manoppello, se pur per brevissimi periodi, fu appannaggio anche dei Savoia, i quali la ricevettero in dono da Re Luigi Il D'Angiò per ben due volte, la prima nel 1360 circa, la seconda nel 1390. Ma già nel 1391, con il consenso del re Ladislao, ritroviamo i possedimenti della contea in mano agli Orsini i quali, da quella data, più volte dovettero impegnarsi a riconquistarli per perderli definitivamente nel 1495 quando, in occasione della ritirata di Carlo VIII, disceso alla conquista del Regno di Napoli, la nostra cittadina, strappata a Camillo Pardo Orsini fu ceduta da re Ferdinando prima a Bartolomeo D'Alviano e in seguito, nel 1515, a Fabrizio Colonna.
Nonostante le rivendicazioni degli Orsini, dopo la ritirata francese, Manoppello restò per lungo tempo nelle mani della famiglia Colonna, mentre l'ultimo Orsini, Camillo Pardo, nel 1533 si spense a Roma.
Nel frattempo un fatto nuovo, imprevisto: un pellegrino consegna a Donat'Antonio Leonelli un velo.  A questo velo sarà per sempre legato il nome di questo paese: VOLTO SANTO DI MANOPPELLO.

Nel 1638 i cappuccini vengono in possesso di questa reliquia.
 P. Donato da Bomba, nel 1640,  scrive una "Relazione Istorica", conservata nell'archivio provinciale di cappuccini de L'Aquila. In essa viene narrato come il Volto Santo sia giunto a Manoppello portato da un misterioso pellegrino, restato in casa Leonelli fino al 1608, preso con forza da Pancrazio Petrucci, venduto a Giacom’Antonio De Fabritiis e da questi donata ai cappuccini. (il testo completo della “Relatione Historica è consultabile nel sito).
Il convento dei cappuccini viene fondato, dal 1618 al 1620, proprio negli anni in cui Giacom'Antonio De Fabritiis faceva porre il sacro velo tra i due vetri. La chiesa viene dedicata a S. Michele Arcangelo. In questa chiesa viene esposto alla venerazione del popolo il Volto Santo il 6 Aprile 1646.
Per circa quarant'anni non fu oggetto di culto pubblico, ma custodito quasi privatamente in una nicchia a lato destro dell'altare maggiore. Solo nel 1686 viene costruita nel lato sinistro della chiesa una piccola cappella con un altare ove si trasloca la sacra reliquia e viene introdotta la festa liturgica del 6 agosto, giorno della Trasfigurazione del Signore.
Un evento negativo porta ad un forte incremento del culto al Volto Santo. Il 1700 inizia con un lustro di forti terremoti che scuotono incessantemente l'Umbria, l'Abruzzo e il Sannio. P. Bonifacio da Ascoli dal 1703 espone più volte il Volto Santo alla pubblica venerazione. Si comincia a pensare ad una processione che porti il sacro velo all'interno delle mura, il che ha inizio nel 1712, la seconda domenica di Maggio.
La processione pone un problema di sicurezza. Per proteggere meglio il sacro velo, P. Bonifacio di Ascoli nel 1703 vuol cambiare i vetri, così pure, nel 1714, P. Antonio da Poschiano, oltre i vetri, vuol impreziosire il tutto con una cornice in argento. In ambedue i casi, separati i vetri, l'immagine di Cristo svanisce, tornando a risplendere solo quando tutto viene riportato allo stato preesistente.
Nel 1750, per evitare la coincidenza con la festa di S. Giustino, patrono di Chieti, la processione viene posticipata alla terza domenica di Maggio, data che resterà fino ad oggi.
Il secolo XIX è segnato dalle leggi di soppressione degli ordini religiosi, e i frati dovranno per due volte lasciare il convento. La prima il 6 settembre 1811; nello stesso giorno il Volto Santo viene trasportato presso le clarisse il cui monastero era situato all'interno delle mura. Il convento rimane deserto, il Santuario chiuso fino al 16 maggio 1816 quando i cappuccini fanno ritorno. La domenica successiva, 19 maggio, celebrata la consueta festa, il sacro velo viene trionfalmente riportato nel proprio Santuario. Ma il 27 dicembre 1866 una legge espelle di nuovo i frati dal cenobio; il Volto Santo rimane all'interno del santuario chiuso. I religiosi torneranno il 27 ottobre 1869 per rimanervi fino ad oggi.

Nel 1871 viene portata a termine la nuova cappella.
Al 1923 risale il tempietto sopra l'altare maggiore.
Nel 1946 la comunità di Manoppello dona la nuova teca.
La chiesa verrà ampliata e prolungata nel secondo dopoguerra dal 1960 al 1965.
È dell'anno giubilare 2000 la sala confessioni.

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