Morti in nome della carità  

Nel Novecento c’è un aspetto del martirio importante, che non vorrei dire nuovo – perché la carità non è nuova nella storia della Chiesa – ma che ha assunto una grande rilevanza: è proprio il martirio della carità. Un prete milanese, don Isidoro Meschi, un parroco normale, che viveva in un contatto attento con i giovani, che cercava di aiutare quando avevano problemi con la droga, fu ucciso da un giovane tossicodipendente; un prete comasco, don Renzo Beretta, fu ucciso nel 1999, a 76 anni, da uno straniero che ospitava (aveva scritto: «E chi e quale legge ci può impedire di "aiutare" questa gente allo sbando?»).


Ugandesi si difendono dal virus Ebola.

Ci sono tante suore, alcune italiane, morte in Africa: molte di loro sono diventate protagoniste silenziose dei drammi del continente. Un esempio tra tutti può essere quello di Mercede Stefani, suor Irene, una delle prime "martiri" europee in Africa nel secolo XX. Suor Irene era entrata nella congregazione delle Missionarie della Consolata nel 1911 e nel 1914 era partita per il Kenya. Ad Akikuyu annunciava il Vangelo, insegnava, curava i malati, visitava le famiglie e testimoniava l’amore per gli stranieri in luoghi ove la diffidenza era grande. La gente la chiamava affettuosamente Nyaatha (Madre misericordia). Il 31 ottobre 1930 morì a Gikondi dopo aver contratto la peste da un malato assistito fino all’ultimo.

La sua testimonianza ricorda da vicino quella delle Suore Poverelle dell’Istituto Palazzolo di Bergamo, morte nella primavera del 1995 in Congo, durante l’epidemia del virus Ebola. Suor Vitarosa Zorza, tra le altre, era partita per il Congo nel 1982 e qui si era occupata dell’assistenza ai bambini malnutriti ma, quando seppe che era scoppiata l’epidemia, chiese di poter dare una mano alle consorelle. «Perché aver paura?», diceva, «le altre sono là; perché non posso andare anch’io? In questo momento hanno bisogno di me».


Indios tzotzil ricordano la strage di Acteal, in Chiapas,
a opera di paramilitari nel 1997

Sono uomini e donne, come noi, spesso della nostra stessa generazione, che non hanno cercato la morte o si sono buttati in avventure spericolate, baldanzosi, mettendo a rischio la loro vita in maniera avventata. Hanno invece seguito le vie della carità, le vie dell’umanità, le vie dell’amicizia. Hanno fatto il loro lavoro e poi a un certo punto si sono incontrati con la malattia, con l’intimidazione, con lo spettro della morte, con la minaccia, con il rischio. Hanno avuto paura, ma hanno deciso di restare, di continuare ad amare.


Padre Pino Puglisi, vittima della mafia nel 1993

Don Pino Puglisi, parroco palermitano, lottava perché i ragazzi del quartiere Brancaccio, dove si trovava la sua parrocchia, uscissero dalla mentalità mafiosa, anche attraverso un impegno educativo e religioso. Venne a conoscenza delle minacce contro la sua persona, ma restò. Quando i mafiosi andarono a ucciderlo dinanzi alla porta di casa, il 15 settembre 1993, secondo la testimonianza di uno degli assassini stessi, Puglisi disse: «Me l’aspettavo». Anche lui era uno che è rimasto al suo posto.


L’attentato a Giovanni Paolo II (13 maggio 1981)

Ho citato alcuni casi italiani, ma negli Stati Uniti, fin dall’inizio del secolo, ci sono casi di religiosi uccisi per la carità. Se ne trovano anche in America latina: sono cristiani morti per la giustizia, per la difesa dei bambini, per la lotta contro le mafie. Ricordo, tra i tanti, il cardinale arcivescovo di Guadalajara, in Messico. Spesso proprio le mafie identificano nei religiosi o nei cristiani i loro nemici, perché con la loro azione, anche se non lottano politicamente contro la mafia, lavorano perché la cultura, che la mafia crea, non si trasmetta alle giovani generazioni e non si diffonda: così diffondono motivi di resistenza morale.


Monsignor Romero, ucciso a San Salvador nel 1980

Emblematico è il caso di monsignor Oscar Arnulfo Romero, martirizzato mentre celebrava l’Eucaristia nel 1980. Nella V domenica di Quaresima, un giorno prima di essere assassinato, nella cappella dell’ospedaletto dove viveva, aveva predicato: «Così come Cristo fiorirà in una Pasqua di risurrezione imperitura, è necessario anche accompagnarlo in una Quaresima, in una settimana santa che è croce, sacrificio, martirio... La Quaresima è dunque un invito a celebrare la nostra redenzione in questa difficile mescolanza di croce e vittoria».

Romero era un vero pastore, non una figura politica, come è stato talvolta inopportunamente interpretato: era anche un prete tradizionale, ma un amico dei poveri, che si è trovato in una situazione politica impossibile, in un clima di polarizzazione estrema, e quindi ha cercato di aiutare i più deboli, di difendere i suoi preti, di proteggere i più indifesi, di salvare vite umane insomma. Ha speso la sua autorità per questo. Ma, soprattutto, è rimasto fedele alla sua Chiesa, al suo popolo, alla sua gente. Ha avuto paura, ma non ha smesso di parlare ed è morto sull’altare mentre celebrava l’Eucaristia. Una congiura, connessa al potere politico, lo ha eliminato in maniera brutale.

Andrea Riccardi

Fonte: "Jesus", aprile 2004

Indietro