"...lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia..."

Vangelo di Luca 2,1-7

“In quei giorni….” 

Quasi sempre i racconti iniziano collocando il racconto stesso all’interno di uno spazio e di un tempo, per dargli una dimensione storica, ma difficilmente queste coordinate risultano precise. Il più delle volte l’avvenimento raccontato inizia con “C’era una volta…”, oppure con “In un tempo lontano…”.

Questa forma letteraria di iniziare un racconto è utilizzata spesso, in moltissime culture, sovente per avvenimenti di ordine mistico-religioso, per identificare un tempo passato, sicuramente lontano, dove sono avvenuti particolari episodi che hanno poi dato vita a quella specifica espressione religiosa. Possiamo notare questo modo epico di raccontare la storia nelle tantissime culture tribali dell’Africa, nelle popolazioni asiatiche e nelle civiltà colombiane e precolombiane dell’America latina. Ma anche nel paese dalle ombre lunghe, l’Artide e l’Antartide, a livello delle popolazioni locali come gli inuit, resistono queste antichissime tradizioni di raccontare avvenimenti depositati da ancestrali memorie. Il comun denominatore di questi racconti, che in alcuni casi divengono la vera base della religione locale, è sempre quello di dare un senso al mondo andando a trovare questo senso in antiche leggende tramandate quasi esclusivamente in maniera orale. Vediamo quindi come, in maniera evidentemente leggendaria, si vuole trovare una soluzione alla realtà tangibile andando a setacciare tutto un mondo di fantasie rielaborate nel corso dei secoli: l’arcipelago di isole nate dalla passeggiata terrena di una certa divinità, la montagna sacra a quell’altra divinità, le stelle nate per le lacrime di quel dio che piangeva, la luna collocata in cielo per quel motivo particolare… e via dicendo con mille racconti e mille aneddoti. Un mondo, che non è poi così lontano da casa nostra, che per dare un senso alla propria credenza particolare elabora un mito, magari da secoli, magari da millenni, per rendere credibile il racconto stesso. Per renderlo digeribile ed assimilabile dalla natura umana che vuole, ad ogni costo, anche andando contro la propria logica, rendere accettabile l’inaccettabile. Rendere logico l’illogico. 

Tutto questo l’evangelista Luca lo comprendeva bene. Lui era colto, oltre che medico. L’ordine con cui lo presento è questo perché si possono anche avere medici non colti; ma Luca non lo era. Ed era preciso, oltretutto. Lui stesso, nella prefazione del suo Vangelo, dirà: 

“Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”. 

Mi piace questo medico siriano… schietto, diretto, preciso. E lo dice lui stesso: “Ho fatto ricerche accurate, ho voluto parlare con i testimoni, con coloro che hanno visto gli avvenimenti fin dall’inizio, con i primi; ho voluto fare questo per te e per farti comprendere che gli insegnamenti cristiani si basano su Verità concrete e non su racconti nati dalla fantasia popolare. Il Vangelo, caro Teofilo, non è un racconto leggendario…!”. Chi sia questo Teofilo non ci è dato sapere, ma può anche essere un gioco di parole per dire:”Amante di Dio”. 

Luca racconta la nascita di Gesù iniziando così: “In quei giorni….”. Proprio questo inizio così incisivo ci permette di considerare in maniera nettamente diversa il racconto evangelico da qualsiasi altro racconto religioso di altre culture, eccetto chiaramente il lungo percorso religioso semitico che ne rappresenta la fase preparatoria, tramandatoci dalla storia: nel Vangelo vi sono dei riferimenti precisi, puntuali. Non si inizia collocando gli avvenimenti in punti imprecisati del cammino umano, in campi nebulosi ed arcaici, in indecifrabili e babiloniche interpretazioni; ma si inizia con la precisione di Luca: “In quei giorni…”. Il paragrafo precedente si riferiva alla nascita di Giovanni, il cugino di Gesù; quindi in questo inizio di paragrafo si contempla anche questo avvenimento. Possiamo allora interpretare la frase interpolando: “In quei giorni (mentre nasceva Giovanni di Zaccaria ed Elisabetta) un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra”.

L’evangelista è attento nel collocare la nascita di Gesù nel suo contesto storico, fornendo delle coordinate che permettano alle generazioni future di poterne individuare il punto focale, tramite la latitudine e la longitudine degli avvenimenti umani, senza ombra di dubbio. Gesù non è un personaggio leggendario alla stregua dei tanti dei immortali che si venerano su questa terra e che vengono presentati senza nessuna possibilità di individuarne una qualche logicità storica. No! Gesù viene posto in maniera precisa nella Storia, menzionando sia chi e sia che cosa stava avvenendo in quei giorni.

Cesare Augusto, l’imperatore del popolo più potente della terra conosciuta, decise di indire un censimento. 

Il censimento. 

Mi sono documentato in proposito, in onore alla precisione storica di Luca, ed ho scoperto che Cesare ordinò, durante il suo potere tre censimenti, entrambi storicamente accertati: il 28 A.C., l’8 A.C. ed infine il 14 dopo Cristo. Poiché queste date non si incastrano con gli avvenimenti di Gesù significa che è tutto falso? Perché anche valutando gli errori di calcolo nella datazione della nascita di Gesù da parte di Dionigi il Piccolo, l’8 A.C. è pur sempre una data anticipata di circa uno-due anni rispetto agli avvenimenti che a noi interessano e quindi non può trattarsi di quel particolare censimento descritto da Luca. Quindi il Vangelo non riporta la verità? Assolutamente no. Ma… andiamo per ordine. 

Dov’è iniziato il problema? Il problema della datazione della nascita di Gesù Cristo ha avuto inizio quando un monaco nel VI secolo, Dionigi il Piccolo, decise di calcolare la data di nascita del Messia. Egli prese come punto iniziale di riferimento l’anno di morte di Erode il Grande, pensando che fosse il 754 dopo la fondazione di Roma. In realtà era il 750. Infatti re Erode morì nell’anno 750 di Roma (dalla fondazione) che equivale al 4 A.C. Se poi leggiamo nel Vangelo il passo relativo alla strage degli innocenti, vediamo che re Erode fece massacrare tutti i bambini da due anni in giù. A questo punto possiamo aggiungere ai 4 anni di sbaglio di Dionigi, i due anni risultanti dal passo evangelico e troviamo che Gesù Cristo è nato approssimativamente tra il 7 ed il 6 A.C. 

Alcuni storici ritengono che il censimento menzionato dall’evangelista sia stato effettuato, dal governatore della Siria Quirinio, a livello locale. Infatti, a sottolineare questa impostazione del ragionamento, lo stesso evangelista continua il racconto scrivendo:”Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio”. Proprio la sottolineature che Luca pone al censimento, in quanto “primo”, ci permette di propendere con maggiore sicurezza verso questa lettura interpretativa degli avvenimenti, considerando proprio il fatto che sappiamo essere stati ordinati altri censimenti in epoca precedente su tutta la terra. Evidentemente il censimento, anche se a livello locale, doveva comunque ed in ogni caso avere un’approvazione dal governo centrale; atteggiamento perfettamente coerente in un Impero centralizzato e centralizzatore come quello romano. Per cui è vero che “in quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra”, ed è altrettanto vero che “questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio”. (Publio Sulpicio Quirinio)

Possiamo d’altronde, anche ipotizzare, che il decreto di Cesare fosse stato quello effettivo dell’8 A.C. e che poi, a livello locale, in tutto l’Impero, ogni regione abbia dovuto avere il tempo necessario per potersi organizzare. Ed ecco, allora, che il tempo preparatorio di circa un anno ci permette di raggiungere la data del 7 A.C. che è una delle più probabili per la nascita del Cristo. 

Ora che abbiamo analizzato il tempo in cui si svolge questo avvenimento, cerchiamo di analizzarne e, soprattutto, di comprenderne lo spazio. Dove per spazio intendo sia il luogo fisico degli avvenimenti descritti che l’insieme del bagaglio culturale e sociale, strettamente connesso per ragioni storiche e sociali, al tempo stesso. Indubbiamente le connotazioni sociali, culturali, e politiche della Palestina di duemila anni fa sono diverse da quelle odierne; un discorso sempre valido per ogni tempo e per ogni cultura. 

La Palestina due millenni fa. 

La Palestina, ovviamente, era abitata in stragrande maggioranza dalla popolazione ebraica. Popolazione che conosciamo molto bene perché essa rappresenta la radice della famiglia cristiana. Possiamo a ragione dire che gli ebrei sono i nostri fratelli maggiori, e che senza di essi noi non ci saremmo: ebrea era Maria, ebreo era Giuseppe, ebreo è Gesù. Anche oggi. Gesù non ha mai rinnegato la religione ebraica perché sarebbe stato come rinnegare sé stesso. I discepoli erano ebrei, gli apostoli erano ebrei, gli evangelisti erano ebrei. In questa terra, quindi, viveva (e vive ancora oggi, anche se tra mille conflitti e mille contraddizioni) questo straordinario popolo profondamente attaccato alle proprie tradizioni plurisecolari. Un popolo che aveva una storia alle spalle unica ed irripetibile: il popolo di Dio. Il popolo dell’unico Dio. Ad un certo punto, nella storia di questo popolo, sopravviene un Impero che lo sottomette: l’Impero Romano. Altro straordinario popolo che aveva il potere su tutta la terra

Le due culture si incontrano e, a più riprese, si scontrano; ma all’Impero Romano interessava non tanto sottomettere culturalmente quanto sottomettere politicamente. Ai romani interessava il potere politico e quello, ancora più importante, economico. Proprio per questo motivo diede sempre spazio ai popoli sottomessi di poter continuare a professare le proprie religioni, un modo come un altro per evitare problemi maggiori e “tener buoni” i popoli soggiogati. Del resto, in quanto a religione, i romani avevano una grandissima libertà di culto; con i tanti dei che veneravano, compreso l’Imperatore, non avevano nessun problema nell’avere a che fare con un popolo, quello ebreo, così fermamente radicato nella loro concezione di unico Dio. Sicuramente per il popolo romano quel piccolo insignificante popolo, abitante in quella sperduta provincia romana, era un’eccezione stravagante nel multietnico, multiculturale e, soprattutto multireligioso mondo pagano.  

Come potevano essere così ottusi, si dicevano tra loro ridendo i soldati romani, questi strani ebrei? Ma l’importante era che pagassero le tasse e non provocassero disordini… quindi gli si lasciava spazio per le loro questioni religiose interne e le loro diatribe filosofiche sulle “Sacre Scritture”. 

E proprio in questo panorama di credenze e profezie religiose correva voce che sarebbe giunto un Messia. I romani non potevano sapere con precisione la storia ebraica, non gli interessava assolutamente, ma ne erano lo stesso al corrente perché, in ogni caso, bisognava sempre vegliare sui popoli sottomessi per evitare brutte sorprese. Quindi tutto veniva registrato e riportato al centro dell’Impero. Anche a Roma si sapeva di questa favola… si sapeva che un certo popolo, stranissimo perché adorante un solo Dio, era in attesa di qualcuno che avrebbe liberato il popolo stesso con l’aiuto di Dio. Il loro Dio… Mi sembra ovvio che la struttura gerarchica romana, quella militare soprattutto, fosse più che interessata a seguire la vicenda da vicino per evitare che un qualsiasi brigante (cosa che poi, puntualmente, avvenne più volte…) si facesse passare da “Messia” per creare disordini in Palestina e per aizzare il popolo stesso contro il potere romano. Fino a quando gli ebrei se ne stavano nelle loro sinagoghe poteva anche andare bene… ma quando i romani iniziarono a sentire di un certo “liberatore” che doveva venire… allora… in quel caso… anche i romani iniziarono a drizzare maggiormente le orecchie. 

Attesa. Vi era attesa in Palestina perché le profezie parlavano chiaro… ed erano credute da tutto il popolo; vi era attesa nei paesi confinanti perché tramite il passaggio dei militari romani passavano anche queste notizie a mo’ di agenzie di informazione; vi era attesa nel centro dell’Impero perché si credeva che da un momento all’altro il popolo ebreo avrebbe iniziato a sollevarsi con l’insulsa scusa di questo liberatore inviato da Dio. Gli ebrei erano pronti nell’attesa del loro Messia, nella speranza che veramente il Messia li togliesse dall’umiliante giogo romano; i popoli della terra ne parlavano affascinati ed il popolo romano, di Roma, fremeva tenendo desta l’attenzione e presagendo che vi sarebbe stato, forse, bisogno di inviare più truppe a sedare le rivolte. Inoltre, e non è di secondaria importanza, in quei giorni non vi erano guerre nell’Impero creato da Roma: era stata proclamata la Pax Romana. 

Il mondo voleva la pace, nonostante tutto, nonostante l’oppressione dei popoli sopra altri popoli, l’intero mondo desiderava la pace. In questo quadro così complesso ed allo stesso tempo così particolare, stava accadendo il fatto più prodigioso di tutta la Storia. La Storia stessa stava per essere divisa in due: prima di Cristo e dopo di Cristo. 

Un popolo in cammino. 

In questo tempo ed in questo spazio, in quei giorni, l’intera Palestina era in fermento per via del censimento stesso:”andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città”.

Il censimento avveniva in questo modo: ogni persona doveva recarsi nella città dove la famiglia aveva avuto origine. Diversamente da oggi, dove forse non ricordiamo e non sappiamo neppure dove sono nati i nostri bisnonni, all’epoca era normalissimo sapere dove il proprio ceppo familiare aveva avuto origine e discendenza. Non esistendo i cognomi, venuti in uso nel medioevo, si aggiungeva al nome la provenienza geografica; per esempio: Maria di Nazareth.

Immaginiamo allora quale via vai dovesse essere la Palestina in quei giorni. Le strade erano poco più che viottoli polverosi, a parte qualche strada rifatta dai romani con le loro tecniche ingegneristiche di primissimo livello rispetto a quelle dell’epoca. Basti pensare che alcune strade romane si sono conservate sino ai giorni nostri… Dicevamo… un via vai di volti, di carri, di animali, di bambini al seguito, di cani abbaianti, di ricchezza e di povertà. Un variegato mondo che si muoveva per ordine di un lontanissimo Imperatore che li teneva sotto il proprio dominio. Oltre al danno, la beffa. Oltre al fatto che spostarsi significava perdere dei giorni, con tutto ciò che ne conseguiva, era a volte anche un rischio. Già… perché nonostante la presenza militare romana che doveva garantire l’ordine pubblico, si spostavano allegramente anche bande di ladroni che vedevano in questo censimento una vera manna per le loro scorribande. Chissà quante volte avranno benedetto, i ladri, l’Imperatore che aveva avuto la brillante idea di far spostare un intero popolo per farsi registrare; un popolo che comprendeva tutti e che comprendeva “anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta”. 

“…che era incinta”. 

Luca appunta tutto. Breve e sistematico come un bravo medico, analizza e viviseziona gli avvenimenti con calcolata sapienza: chi era presente, perché, per quale motivo andavano, dove andavano ed in che modo andavano. Una cronaca esatta, al contrario di quello che i critici del cristianesimo avrebbero voluto. Ma, purtroppo per loro, non è andata così. Il Vangelo è pieno e zeppo di prove, evidenziate proprio dall’abbondanza di informazioni annotate dagli evangelisti, che la fede cristiana non è basata su favole o miti; bensì su eventi reali che trovano pienamente riscontro negli eventi della Storia. Non viene contemplata la leggenda nei Vangeli, non viene presa in considerazione perché la Verità non ha bisogno di leggende. La stessa Chiesa nei primi secoli del cristianesimo, discriminò tutti i libri che parlavano di Gesù per selezionare solo quelli che non contenevano episodi leggendari: da una parte i veri Vangeli, dall’altra parte quelli apocrifi. 

Mi preme specificare, a questo riguardo per una maggiore chiarezza, che dire apocrifo non significa dire falso nel senso pieno del termine come lo consideriamo noi. I Vangeli apocrifi non sono entrati, giustamente, nel canone dei Libri Sacri, come invece avvenne per i quattro Vangeli che conosciamo, perché oltre ad episodi effettivamente avvenuti nella vita di Gesù gli autori degli apocrifi aggiunsero episodi che erano, ad un’attenta e critica lettura, evidentemente leggendari. Questi autori cercavano di sopperire alla mancanza di informazioni con fatti e racconti che pescavano nel serbatoio sempre vivo della fede e della pietà popolare; un serbatoio, però, che a volte tramanda anche episodi dal sapore leggendario e poco credibili dal punto di vista storico e critico. Un atteggiamento sempre evitato dalla Chiesa che preferisce lasciare un vuoto, piuttosto che riempirlo con una notizia leggendaria. Ecco quindi perché veniamo a trovare, nei Vangeli apocrifi, alcuni episodi non contemplati dai Vangeli canonici. 

Puoi anche non credere, se proprio sei ostinato nel negare l’evidenza, che Gesù sia Figlio di Dio, ma non puoi assolutamente, in seguito ad un onesto studio del Vangelo e della Storia, affermare che questi episodi siano frutto di fantasia o che siano stati mitizzati dalla Chiesa per il proprio tornaconto personale. 

Giuseppe e Maria sono in cammino. Ma insieme a loro, anche se il mondo che li circonda non lo sa ancora, cammina Cristo. Cristo cammina per mezzo di Maria. Gesù aveva iniziato a camminare nel mondo già da nove mesi, per mezzo di Maria. Aveva già benedetto suo cugino Giovanni, ed aveva benedetto Elisabetta. Aveva già benedetto, prima ancora, Maria stessa. Gesù cammina… e camminando insieme a Sua Madre ed a Suo padre, cammina con la sacra Famiglia alla volta di Betlemme: la Chiesa è in cammino. Se il viaggio di Maria verso l’anziana parente era stato un viaggio solitario, questo è un viaggio in compagnia della propria Famiglia.

Non si può non pensare, a questo punto, che la Chiesa abbia cominciato proprio il suo cammino in quel procedere lento di Maria e di Giuseppe verso Betlemme, verso, come vuole la traduzione del nome, la “Casa del Pane”. La Chiesa, di cui Gesù è il capo, quindi procede verso la Casa del Pane, quasi un preludio spirituale a quella “Casa del Pane”, di tipo mistico, che Gesù stesso sarebbe divenuto trentatré anni dopo, in seguito all’Ultima Cena: il Suo Corpo ed il Suo Sangue che diventeranno cibo per l’umanità redenta. Del resto... Dio che nasceva non venne poi messo in una mangiatoia?

La Chiesa è in cammino. Questa Verità è sempre stata e sempre sarà… se la Chiesa smettesse di essere in cammino non avrebbe più senso, perderebbe il significato stesso di Chiesa: un’Istituzione che cammina con gli uomini per portarli a Dio tramite il bagaglio della Fede ed i Sacramenti. Gesù Cristo inizia così il Suo cammino in Palestina, in incognito, nascosto nel grembo di Maria di Nazareth. Cammina cullandosi nel tepore del corpo verginale di Maria, di cui preleverà i tratti fisici e caratteriali, da cui berrà il latte e da cui verrà educato e guidato ed accudito sin dal primo giorno di vita sulla terra. L’evangelista indica che Maria era incinta, e lo specifica alla fine della lunga frase dove indica e spiega il perché del percorso da Nazareth e Betlemme. In questo modo accentua maggiormente l’evento, lo sottolinea con una capacità maggiore che se lo avesse indicato all’inizio. Lo mette alla fine… “che era incinta”. Quanto dovremmo meditare su questa Immacolata Concezione. Dio che si incarna nella Storia! Abbiamo visto in quale momento ed in che contesto Egli abbia deciso di incarnarsi, un contesto atteso e, nello stesso tempo, molto particolare. 

Il giorno in cui Dio venne al mondo. 

I futuri, da lì a poco, genitori di Gesù sono in cammino e meditano su quello che stava loro avvenendo. Si rendono perfettamente conto di essere stati chiamati da Dio ad una missione altissima ed unica, qualcosa che mai avrebbero potuto neanche lontanamente immaginare: essere i genitori di Dio. Essere il papà e la mamma di Dio… e Giuseppe pensava a quando Lui sarebbe nato e poi, un giorno, lo avrebbe chiamato “papà”… e Maria pensava a quando Suo Figlio, un giorno, l’avrebbe chiamata “mamma”. A loro… Dio che chiamava… a loro… “mamma e papà”. Come poteva essere possibile una cosa del genere? Eppure, Giuseppe e Maria, comprendevano bene che a Dio era possibile tutto e che loro sarebbero veramente stati i genitori del Figlio di Dio. E ad ogni passo che compivano verso Betlemme, consapevoli che la nascita non era molto in là da venire, mille e mille e mille domande affioravano nelle loro menti e mille e mille e mille risposte cercavano di darsi nel loro cuore. Ma poi, comprendendo bene che non potevano darsi tutte le risposte, elevavano al Dio altissimo le loro preghiere invocando la Sua protezione per loro e per quel Figlio così unico e così particolare. 

“Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto”.

Credo che sia comprensibile a tutti cosa, questa semplice frase, voglia dire. Qualsiasi donna, almeno credo, lo potrà comprendere. Dare alla luce una nuova vita è qualcosa di straordinario, ma ogni donna spera di avere almeno un minimo di tranquillità e di… comodità per poter partorire un figlio. Mi sembra più che giusto ed il Figlio di Maria non era un’eccezione a questa regola. Ogni donna, e Maria è una donna anche se Immacolata, avrebbe voluto non essere in viaggio, per strada, proprio in quel momento. Ma da una parte vi era la necessità, o per meglio dire l’imposizione di Cesare Augusto, e dall’altra vi era anche la comprensione delle Sacre Scritture, che Lei meditava nel suo cuore, dove il divino operava meraviglie, e dove era indicato perfettamente il luogo della nascita del Messia: Betlemme. 

“E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”. (Citazione del Profeta Michea, riportata in Mt 2,6) 

Quindi se l’umore ed i pensieri di Maria si spostavano verso una qualche ragionevole preoccupazione riguardo a quello che sarebbe stato di Lei e del Bambino, dall’altra ritornavano altrettanto rapidamente la Luce e la Speranza nel Suo cuore grazie proprio alla Sapienza che viveva in Lei e che la istruiva, durante il cammino, il cammino della Chiesa nascente, sull’Eterna Verità di Dio. E fu così che Maria, in questo altalenarsi di sentimenti, di pensieri e di emozioni… “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”. 

Non c’è posto per Dio. 

Freddo...

L’aria umida e fredda della grotta deve essere stata la prima cosa che ha avvertito Gesù. Perché possiamo anche dimenticarci di questo piccolo particolare quando facciamo i nostri bei presepi, quando ammiriamo estasiati una bella vetrina di qualche negozio chic del centro che ha allestito uno di quei presepi mozzafiato; possiamo lasciare che i nostri occhi brillino di quella gioia fanciullesca quando osserviamo i piccoli personaggi tutti ben ordinati davanti alla scenografia illuminata dalle lucine… possiamo fare anche tutto questo ma quella notte, in quella grotta, Gesù avvertì subito il freddo. E ne avvertì di due tipi: il primo era il freddo che spirava gelido dalle assi malconce della piccola capanna costruita dinanzi alla grotta, il secondo era il freddo dei cuori. Io sono sicuro che gli diede più dolore il secondo…

Freddo… poi, un attimo dopo, un brevissimo istante dopo, avvertì un piacevolissimo tepore che gli fece quasi dimenticare quel freddo: era Maria. Che cercava in tutti i modi di non farlo piangere e di scaldarlo con il suo corpo. Poi, in un secondo momento, avvertì anche un’altra persona… e comprese che era una persona buona perché aveva acceso un piccolo fuoco per Lui. Sì… comprese di essere nato e che i Suoi genitori stavano cercando di fare di tutto per dargli conforto: avrebbe voluto già dirgli quanto li voleva bene, per questo, ma sapeva che il Suo corpo non era ancora adatto alla parola… ci sarebbe voluto un po’ di tempo ancora. Poi, dopo che i tremori iniziarono lentamente a svanire all’interno di un panno morbido scaldato per l’occasione, si rese conto che Sua madre voleva allattarlo. Non si fece pregare… Dio aveva fame! Giuseppe guardava affettuoso Maria mentre allattava Gesù, e si allontanò, per pudore, quel tanto che bastava perché Maria potesse fare il suo mestiere di mamma, senza imbarazzo. Certo, non sarebbe stato sempre così, ma allora si era all’inizio… e Giuseppe questo lo comprendeva bene e lo rispettava. 

Certo… magari non è andata proprio così, magari qualche particolare può essere stato diverso, ma vi assicuro che il freddo, almeno quello, sicuramente quello, Gesù lo patì sul serio perché non c’era posto per loro nell’albergo. 

Se Gesù avesse già potuto capire e parlare avrebbe chiesto ai Suoi: “Cosa ci facciamo qui?”. Meno male che ancora non gli era possibile… con quale imbarazzo, Giuseppe, avrebbe risposto? Cosa gli avrebbe dovuto dire? Che era così povero che non poteva permettersi di pagare bene un albergatore, in maniera tale da trovargli anche solo un buco coperto per permettere alla moglie gravida, oltretutto di un parto così speciale, di dare alla luce il Figlio? Che il mondo era quello e che Lui, che era Dio, avrebbe dovuto saperlo bene?

Povero Giuseppe… che umiliazione tornare da Maria sua moglie, che attendeva poco distante dall’ingresso dell’albergo, e dirgli che il proprietario non si era lasciato commuovere… dirgli che lui non poteva permettersi di pagare una cifra più alta perché… se avesse avuto più soldi… un posto si sarebbe sicuramente trovato. I soldi aprono sempre le porte! Aprono tutte le porte del mondo… perché anche duemila anni fa il denaro aveva la sua valenza ed il suo potere. Chissà… chissà, veramente, cosa avrebbe dovuto rispondere quel povero Giuseppe. E così, alla fine, un uomo quella notte ha chiuso la porta in faccia a Dio nascente. Avrei voluto vedere la sua faccia, dell’albergatore intendo, quando sarebbe stato giudicato, perché è stato giudicato, perché tutti noi saremo giudicati… la faccia dell’albergatore quando di fronte a Dio riconosce quel Bimbo che doveva ancora nascere. 

“…non c’era posto”. Chissà perché, oggi come ieri, per Dio non c’è mai posto… un’altra caratteristica del cristianesimo. Altra peculiarità… il cristianesimo ha due componenti, due sfumature  sempre presenti nella sua storia bimillenaria: la prima sfumatura è che il cristianesimo è sempre in cammino, come abbiamo visto; la seconda è che per Cristo, e quindi per i cristiani, al mondo non c’è mai posto. Andando oltre possiamo a ragione dire anche: ogni cristiano è in cammino in un mondo che non gli offre un posto dove riposare. 

Gesù stesso dirà, anni dopo, che Lui stesso non aveva un posto dove riposare… forse adesso abbiamo compreso, leggermente di più, il perché di questa affermazione così perentoria.

La grotta del mondo 

Non possiamo concludere questa meditazione senza accennare a quello che, in trasparenza, vuole simboleggiare quella grotta. Una grotta che, tra l’altro, era rifugio di bestie e che, proprio per questo motivo, da diversi secoli, l’iconografia cristiana pone nel presepe un bue ed un asinello. Si pensa, probabilmente a ragione, che l’asinello, il mite ciuchino, fosse stato il mezzo di trasporto di Maria e di Giuseppe durante il viaggio; e che il bue fosse stato uno degli inquilini della grotta. 

Cosa avranno effettivamente trovato, quella notte, Maria, Giuseppe e Gesù in quella grotta? La cosa più credibile e più possibile è che nella grotta ci fosse stato parecchio sterco di animali, parecchio letame, essendo appunto un ricovero utilizzato dai pastori del luogo per le bestie; polvere ed insetti dappertutto e ragnatele e… silenzio e indifferenza. Tutto questo hanno trovato. Una grotta piena di letame, insalubre ed insicura per un bimbo che ancora deve nascere… un luogo quasi invivibile per un adulto. Eppure se Dio ha deciso di nascere in un luogo del genere un motivo deve pure averlo, Lui che sapeva tutto e che poteva agire diversamente, poteva anche fare in modo che avesse almeno un minimo di accoglienza alla Sua nascita. Nulla. Nulla di tutto questo volle Dio. Perché? Per umiltà, certamente…. Per schiacciare la testa a satana… per distruggere la potenza delle tenebre con la potenza della Santa Umiltà. Ma poi? Non voleva dirci anche qualcosa d’altro Gesù? Con questa Sua nascita in un luogo così freddo e sporco? In una grotta umida e fredda? Ma sì… forse voleva proprio dirci che quella grotta umida e fredda non è altro che il cuore degli uomini vincolati dal peccato, un peccato che Lui è venuto a redimere. 

Un cuore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, che è divenuto con il peccato un ricovero di bestie ed un letamaio dove insetti striscianti di ogni tipo hanno fatto la propria tana. 

Gesù nasce in questo luogo, entra nella Storia del mondo da protagonista anonimo ed indifeso, prendendo spiritualmente possesso proprio della grotta umida e fredda dei nostri cuori induriti ed indifferenti. Gesù Bambino viene a vivere in questo luogo perché comprende che è da lì che deve iniziare la Sua missione salvifica, proprio dal centro dell’anima degli uomini. Uomini sempre più avidi e chiusi per vedere oltre la soglia delle proprie aridità mentali e spirituali; uomini sempre più ingrati e gretti che si sollazzano nelle proprie debolezze e nei propri vizi riempiendo la stanza di Dio con escrementi di ogni genere. 

Gesù Bambino nasce per questo: nasce per assumere su di sé, piccolo ed indifeso neonato, tutto il male del mondo. Andiamo allora in questa grotta per adorarLo, andiamo in questa grotta per andare al centro di noi stessi, al centro della nostra anima, dove il Santo Bambino ci aspetta per far diventare questa grotta, santificata e glorificata dalla Sua presenza, la Santa Casa di Dio.

“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo".

Vangelo di Luca (2,1-7)

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