“In
quei giorni….” Quasi sempre i racconti iniziano collocando il racconto stesso all’interno di uno spazio e di un tempo, per dargli una dimensione storica, ma difficilmente queste coordinate risultano precise. Il più delle volte l’avvenimento raccontato inizia con “C’era una volta…”, oppure con “In un tempo lontano…”. Questa
forma letteraria di iniziare un racconto è utilizzata spesso, in
moltissime culture, sovente per avvenimenti di ordine mistico-religioso,
per identificare un tempo passato, sicuramente lontano, dove sono
avvenuti particolari episodi che hanno poi dato vita a quella specifica
espressione religiosa. Possiamo notare questo modo epico di raccontare
la storia nelle tantissime culture tribali dell’Africa, nelle
popolazioni asiatiche e nelle civiltà colombiane e precolombiane
dell’America latina. Ma anche nel paese dalle ombre lunghe, l’Artide
e l’Antartide, a livello delle popolazioni locali come gli inuit,
resistono queste antichissime tradizioni di raccontare avvenimenti
depositati da ancestrali memorie. Il comun denominatore di questi
racconti, che in alcuni casi divengono la vera base della religione
locale, è sempre quello di dare un senso al mondo andando a trovare
questo senso in antiche leggende tramandate quasi esclusivamente in
maniera orale. Vediamo quindi come, in maniera evidentemente
leggendaria, si vuole trovare una soluzione alla realtà tangibile
andando a setacciare tutto un mondo di fantasie rielaborate nel corso
dei secoli: l’arcipelago di isole nate dalla passeggiata terrena di
una certa divinità, la montagna sacra a quell’altra divinità, le
stelle nate per le lacrime di quel dio che piangeva, la luna collocata
in cielo per quel motivo particolare… e via dicendo con mille racconti
e mille aneddoti. Un mondo, che non è poi così lontano da casa nostra,
che per dare un senso alla propria credenza particolare elabora un mito,
magari da secoli, magari da millenni, per rendere credibile il
racconto stesso. Per renderlo digeribile ed assimilabile
dalla natura umana che vuole, ad ogni costo, anche andando contro la
propria logica, rendere accettabile l’inaccettabile. Rendere logico
l’illogico. Tutto
questo l’evangelista Luca lo comprendeva bene. Lui era colto, oltre
che medico. L’ordine con cui lo presento è questo perché si possono
anche avere medici non colti; ma Luca non lo era. Ed era preciso,
oltretutto. Lui stesso, nella prefazione del suo Vangelo, dirà: “Poiché
molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi
tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni
fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso
anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi
e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché
ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai
ricevuto”. Mi
piace questo medico siriano… schietto, diretto, preciso. E lo dice lui
stesso: “Ho fatto ricerche accurate, ho voluto parlare con i
testimoni, con coloro che hanno visto gli avvenimenti fin dall’inizio,
con i primi; ho voluto fare questo per te e per farti comprendere che
gli insegnamenti cristiani si basano su Verità concrete e non su
racconti nati dalla fantasia popolare. Il Vangelo, caro Teofilo, non è
un racconto leggendario…!”. Chi sia questo Teofilo non ci è
dato sapere, ma può anche essere un gioco di parole per dire:”Amante
di Dio”. Luca
racconta la nascita di Gesù iniziando così: “In quei giorni….”.
Proprio questo inizio così incisivo ci permette di considerare in
maniera nettamente diversa il racconto evangelico da qualsiasi altro
racconto religioso di altre culture, eccetto chiaramente il lungo
percorso religioso semitico che ne rappresenta la fase preparatoria,
tramandatoci dalla storia: nel Vangelo vi sono dei riferimenti precisi,
puntuali. Non si inizia collocando gli avvenimenti in punti imprecisati
del cammino umano, in campi nebulosi ed arcaici, in indecifrabili e
babiloniche interpretazioni; ma si inizia con la precisione di Luca:
“In quei giorni…”. Il
paragrafo precedente si riferiva alla nascita di Giovanni, il cugino di
Gesù; quindi in questo inizio di paragrafo si contempla anche questo
avvenimento. Possiamo allora interpretare la frase interpolando: “In
quei giorni (mentre nasceva Giovanni di Zaccaria ed Elisabetta) un
decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta
la terra”. L’evangelista
è attento nel collocare la nascita di Gesù nel suo contesto storico,
fornendo delle coordinate che permettano alle generazioni future di
poterne individuare il punto focale, tramite la latitudine e la
longitudine degli avvenimenti umani, senza ombra di dubbio. Gesù non è
un personaggio leggendario alla stregua dei tanti dei immortali
che si venerano su questa terra e che vengono presentati senza nessuna
possibilità di individuarne una qualche logicità storica. No! Gesù
viene posto in maniera precisa nella Storia, menzionando sia chi
e sia che cosa stava avvenendo in quei giorni. Cesare
Augusto, l’imperatore del popolo più potente della terra conosciuta,
decise di indire un censimento. Il
censimento. Mi
sono documentato in proposito, in onore alla precisione storica di Luca,
ed ho scoperto che Cesare ordinò, durante il suo potere tre censimenti,
entrambi storicamente accertati: il 28 A.C., l’8 A.C. ed infine il 14
dopo Cristo. Poiché queste date non si incastrano con gli
avvenimenti di Gesù significa che è tutto falso? Perché anche
valutando gli errori di calcolo nella datazione della nascita di Gesù
da parte di Dionigi il Piccolo, l’8 A.C. è pur sempre una data
anticipata di circa uno-due anni rispetto agli avvenimenti che a noi
interessano e quindi non può trattarsi di quel particolare censimento
descritto da Luca. Quindi il Vangelo non riporta la verità?
Assolutamente no. Ma… andiamo per ordine. Dov’è
iniziato il problema? Il problema della datazione della nascita di Gesù
Cristo ha avuto inizio quando un monaco nel VI secolo, Dionigi il
Piccolo, decise di calcolare la data di nascita del Messia. Egli prese
come punto iniziale di riferimento l’anno di morte di Erode il Grande,
pensando che fosse il 754 dopo la fondazione di Roma. In realtà era il
750. Infatti re Erode morì nell’anno 750 di Roma (dalla fondazione)
che equivale al 4 A.C. Se poi leggiamo nel Vangelo il passo relativo
alla strage degli innocenti, vediamo che re Erode fece massacrare tutti
i bambini da due anni in giù. A questo punto possiamo aggiungere ai 4
anni di sbaglio di Dionigi, i due anni risultanti dal passo evangelico e
troviamo che Gesù Cristo è nato approssimativamente tra il 7 ed il 6
A.C. Alcuni
storici ritengono che il censimento menzionato dall’evangelista sia
stato effettuato, dal governatore della Siria Quirinio, a livello
locale. Infatti, a sottolineare questa impostazione del ragionamento, lo
stesso evangelista continua il racconto scrivendo:”Questo primo
censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio”. Proprio
la sottolineature che Luca pone al censimento, in quanto “primo”,
ci permette di propendere con maggiore sicurezza verso questa lettura
interpretativa degli avvenimenti, considerando proprio il fatto che
sappiamo essere stati ordinati altri censimenti in epoca precedente su
tutta la terra. Evidentemente il censimento, anche se a livello
locale, doveva comunque ed in ogni caso avere un’approvazione dal
governo centrale; atteggiamento perfettamente coerente in un Impero
centralizzato e centralizzatore come quello romano. Per cui è vero che “in
quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse
il censimento di tutta la terra”, ed è altrettanto vero che “questo
primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria
Quirinio”. (Publio Sulpicio Quirinio) Possiamo
d’altronde, anche ipotizzare, che il decreto di Cesare fosse stato
quello effettivo dell’8 A.C. e che poi, a livello locale, in tutto
l’Impero, ogni regione abbia dovuto avere il tempo necessario per
potersi organizzare. Ed ecco, allora, che il tempo preparatorio di circa
un anno ci permette di raggiungere la data del 7 A.C. che è una delle
più probabili per la nascita del Cristo. Ora
che abbiamo analizzato il tempo in cui si svolge questo
avvenimento, cerchiamo di analizzarne e, soprattutto, di comprenderne lo
spazio. Dove per spazio intendo sia il luogo fisico degli
avvenimenti descritti che l’insieme del bagaglio culturale e sociale,
strettamente connesso per ragioni storiche e sociali, al tempo
stesso. Indubbiamente le connotazioni sociali, culturali, e politiche
della Palestina di duemila anni fa sono diverse da quelle odierne; un
discorso sempre valido per ogni tempo e per ogni cultura. La
Palestina due millenni fa. La
Palestina, ovviamente, era abitata in stragrande maggioranza dalla
popolazione ebraica. Popolazione che conosciamo molto bene perché essa
rappresenta la radice della famiglia cristiana. Possiamo a
ragione dire che gli ebrei sono i nostri fratelli maggiori, e che senza
di essi noi non ci saremmo: ebrea era Maria, ebreo era Giuseppe, ebreo
è Gesù. Anche oggi. Gesù non ha mai rinnegato la religione ebraica
perché sarebbe stato come rinnegare sé stesso. I discepoli erano
ebrei, gli apostoli erano ebrei, gli evangelisti erano ebrei. In questa
terra, quindi, viveva (e vive ancora oggi, anche se tra mille conflitti
e mille contraddizioni) questo straordinario popolo profondamente
attaccato alle proprie tradizioni plurisecolari. Un popolo che aveva una
storia alle spalle unica ed irripetibile: il popolo di Dio. Il popolo
dell’unico Dio. Ad un certo punto, nella storia di questo popolo,
sopravviene un Impero che lo sottomette: l’Impero Romano. Altro
straordinario popolo che aveva il potere su tutta la terra. Le
due culture si incontrano e, a più riprese, si scontrano; ma
all’Impero Romano interessava non tanto sottomettere culturalmente
quanto sottomettere politicamente. Ai romani interessava il potere
politico e quello, ancora più importante, economico. Proprio per questo
motivo diede sempre spazio ai popoli sottomessi di poter continuare a
professare le proprie religioni, un modo come un altro per evitare
problemi maggiori e “tener buoni” i popoli soggiogati. Del resto, in
quanto a religione, i romani avevano una grandissima libertà di culto;
con i tanti dei che veneravano, compreso l’Imperatore, non avevano
nessun problema nell’avere a che fare con un popolo, quello ebreo, così
fermamente radicato nella loro concezione di unico Dio.
Sicuramente per il popolo romano quel piccolo insignificante popolo,
abitante in quella sperduta provincia romana, era un’eccezione
stravagante nel multietnico, multiculturale e, soprattutto
multireligioso mondo pagano. Come
potevano essere così ottusi, si dicevano tra loro ridendo i soldati
romani, questi strani ebrei? Ma l’importante era che pagassero le
tasse e non provocassero disordini… quindi gli si lasciava spazio per
le loro questioni religiose interne e le loro diatribe filosofiche sulle
“Sacre Scritture”. E
proprio in questo panorama di credenze e profezie religiose correva
voce che sarebbe giunto un Messia. I romani non potevano sapere con
precisione la storia ebraica, non gli interessava assolutamente, ma ne
erano lo stesso al corrente perché, in ogni caso, bisognava sempre
vegliare sui popoli sottomessi per evitare brutte sorprese. Quindi tutto
veniva registrato e riportato al centro dell’Impero. Anche a
Roma si sapeva di questa favola… si sapeva che un certo popolo,
stranissimo perché adorante un solo Dio, era in attesa di qualcuno che
avrebbe liberato il popolo stesso con l’aiuto di Dio. Il loro Dio…
Mi sembra ovvio che la struttura gerarchica romana, quella militare
soprattutto, fosse più che interessata a seguire la vicenda da vicino
per evitare che un qualsiasi brigante (cosa che poi, puntualmente,
avvenne più volte…) si facesse passare da “Messia” per creare
disordini in Palestina e per aizzare il popolo stesso contro il potere
romano. Fino a quando gli ebrei se ne stavano nelle loro sinagoghe
poteva anche andare bene… ma quando i romani iniziarono a sentire di
un certo “liberatore” che doveva venire… allora… in quel caso…
anche i romani iniziarono a drizzare maggiormente le orecchie. Attesa.
Vi era attesa in Palestina perché le profezie parlavano chiaro… ed
erano credute da tutto il popolo; vi era attesa nei paesi confinanti
perché tramite il passaggio dei militari romani passavano anche queste
notizie a mo’ di agenzie di informazione; vi era attesa nel centro
dell’Impero perché si credeva che da un momento all’altro il popolo
ebreo avrebbe iniziato a sollevarsi con l’insulsa scusa di questo
liberatore inviato da Dio. Gli ebrei erano pronti nell’attesa del loro
Messia, nella speranza che veramente il Messia li togliesse
dall’umiliante giogo romano; i popoli della terra ne parlavano
affascinati ed il popolo romano, di Roma, fremeva tenendo desta
l’attenzione e presagendo che vi sarebbe stato, forse, bisogno di
inviare più truppe a sedare le rivolte. Inoltre, e non è di secondaria
importanza, in quei giorni non vi erano guerre nell’Impero
creato da Roma: era stata proclamata la Pax
Romana. Il
mondo voleva la pace, nonostante tutto, nonostante l’oppressione dei
popoli sopra altri popoli, l’intero mondo desiderava la pace. In
questo quadro così complesso ed allo stesso tempo così particolare,
stava accadendo il fatto più prodigioso di tutta la Storia. La Storia
stessa stava per essere divisa in due: prima di Cristo e dopo di Cristo. Un
popolo in cammino. In
questo tempo ed in questo spazio, in quei giorni, l’intera
Palestina era in fermento per via del censimento stesso:”andavano
tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città”. Il censimento avveniva in questo modo: ogni persona doveva recarsi nella città dove la famiglia aveva avuto origine. Diversamente da oggi, dove forse non ricordiamo e non sappiamo neppure dove sono nati i nostri bisnonni, all’epoca era normalissimo sapere dove il proprio ceppo familiare aveva avuto origine e discendenza. Non esistendo i cognomi, venuti in uso nel medioevo, si aggiungeva al nome la provenienza geografica; per esempio: Maria di Nazareth. Immaginiamo
allora quale via vai dovesse essere la Palestina in quei giorni.
Le strade erano poco più che viottoli polverosi, a parte qualche strada
rifatta dai romani con le loro tecniche ingegneristiche di primissimo
livello rispetto a quelle dell’epoca. Basti pensare che alcune strade
romane si sono conservate sino ai giorni nostri… Dicevamo… un via
vai di volti, di carri, di animali, di bambini al seguito, di cani
abbaianti, di ricchezza e di povertà. Un variegato mondo che si muoveva
per ordine di un lontanissimo Imperatore che li teneva sotto il proprio
dominio. Oltre al danno, la beffa. Oltre al fatto che spostarsi
significava perdere dei giorni, con tutto ciò che ne conseguiva, era a
volte anche un rischio. Già… perché nonostante la presenza militare
romana che doveva garantire l’ordine pubblico, si spostavano allegramente
anche bande di ladroni che vedevano in questo censimento una vera
manna per le loro scorribande. Chissà quante volte avranno benedetto, i
ladri, l’Imperatore che aveva avuto la brillante idea di far spostare
un intero popolo per farsi registrare; un popolo che comprendeva
tutti e che comprendeva “anche
Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di
Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata
Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era
incinta”. “…che
era incinta”. Luca appunta tutto.
Breve e sistematico come un bravo medico, analizza e viviseziona gli
avvenimenti con calcolata sapienza: chi era presente, perché, per quale
motivo andavano, dove andavano ed in che modo andavano. Una cronaca
esatta, al contrario di quello che i critici del cristianesimo avrebbero
voluto. Ma, purtroppo per loro, non è andata così. Il Vangelo è pieno
e zeppo di prove, evidenziate proprio dall’abbondanza di informazioni
annotate dagli evangelisti, che la fede cristiana non è basata su
favole o miti; bensì su eventi reali che trovano pienamente riscontro
negli eventi della Storia. Non viene contemplata la leggenda nei
Vangeli, non viene presa in considerazione perché la Verità non ha
bisogno di leggende. La stessa Chiesa nei primi secoli del
cristianesimo, discriminò tutti i libri che parlavano di Gesù per
selezionare solo quelli che non contenevano episodi leggendari: da una
parte i veri Vangeli, dall’altra parte quelli apocrifi. Mi preme
specificare, a questo riguardo per una maggiore chiarezza, che dire
apocrifo non significa dire falso nel senso pieno del termine come lo
consideriamo noi. I Vangeli apocrifi non sono entrati, giustamente, nel
canone dei Libri Sacri, come invece avvenne per i quattro Vangeli che
conosciamo, perché oltre ad episodi effettivamente avvenuti nella vita
di Gesù gli autori degli apocrifi aggiunsero episodi che erano, ad
un’attenta e critica lettura, evidentemente leggendari. Questi
autori cercavano di sopperire alla mancanza di informazioni con fatti e
racconti che pescavano nel serbatoio sempre vivo della fede e della pietà
popolare; un serbatoio, però, che a volte tramanda anche episodi dal
sapore leggendario e poco credibili dal punto di vista storico e
critico. Un atteggiamento sempre evitato dalla Chiesa che preferisce
lasciare un vuoto, piuttosto che riempirlo con una notizia
leggendaria. Ecco quindi perché veniamo a trovare, nei Vangeli
apocrifi, alcuni episodi non contemplati dai Vangeli canonici. Puoi
anche non credere, se proprio sei ostinato nel negare l’evidenza, che
Gesù sia Figlio di Dio, ma non puoi assolutamente, in seguito ad un
onesto studio del Vangelo e della Storia, affermare che questi episodi
siano frutto di fantasia o che siano stati mitizzati dalla Chiesa per il
proprio tornaconto personale. Giuseppe
e Maria sono in cammino. Ma insieme a loro, anche se il mondo che li
circonda non lo sa ancora, cammina Cristo. Cristo cammina per
mezzo di Maria. Gesù aveva iniziato a camminare nel mondo già da nove
mesi, per mezzo di Maria. Aveva già benedetto suo cugino Giovanni, ed
aveva benedetto Elisabetta. Aveva già benedetto, prima ancora, Maria
stessa. Gesù cammina… e camminando insieme a Sua Madre ed a Suo
padre, cammina con la sacra Famiglia alla volta di Betlemme: la Chiesa
è in cammino. Se il viaggio di Maria verso l’anziana parente era
stato un viaggio solitario, questo è un viaggio in compagnia
della propria Famiglia. Non
si può non pensare, a questo punto, che la Chiesa abbia cominciato
proprio il suo cammino in quel procedere lento di Maria e di Giuseppe
verso Betlemme, verso, come vuole la traduzione del nome, la “Casa del
Pane”. La Chiesa, di cui Gesù è il capo, quindi procede verso la Casa
del Pane, quasi un preludio spirituale a quella “Casa del Pane”,
di tipo mistico, che Gesù stesso sarebbe divenuto trentatré anni dopo,
in seguito all’Ultima Cena: il Suo Corpo ed il Suo Sangue che
diventeranno cibo per l’umanità redenta. La
Chiesa è in cammino. Questa Verità è sempre stata e sempre sarà…
se la Chiesa smettesse di essere in cammino non avrebbe più
senso, perderebbe il significato stesso di Chiesa: un’Istituzione che
cammina con gli uomini per portarli a Dio tramite il bagaglio della Fede
ed i Sacramenti. Gesù Cristo inizia così il Suo cammino in Palestina,
in incognito, nascosto nel grembo di Maria di Nazareth. Cammina
cullandosi nel tepore del corpo verginale di Maria, di cui preleverà i
tratti fisici e caratteriali, da cui berrà il latte e da cui verrà
educato e guidato ed accudito sin dal primo giorno di vita sulla terra. L’evangelista
indica che Maria era incinta, e lo specifica alla fine della lunga frase
dove indica e spiega il perché del percorso da Nazareth e Betlemme. In
questo modo accentua maggiormente l’evento, lo sottolinea con una
capacità maggiore che se lo avesse indicato all’inizio. Lo mette alla
fine… “che era incinta”. Quanto dovremmo meditare su questa
Immacolata Concezione. Dio che si incarna nella Storia! Abbiamo visto in
quale momento ed in che contesto Egli abbia deciso di incarnarsi, un
contesto atteso e, nello stesso tempo, molto particolare. Il
giorno in cui Dio venne al mondo. I
futuri, da lì a poco, genitori di Gesù sono in cammino e meditano su
quello che stava loro avvenendo. Si rendono perfettamente conto di
essere stati chiamati da Dio ad una missione altissima ed unica,
qualcosa che mai avrebbero potuto neanche lontanamente immaginare:
essere i genitori di Dio. Essere il papà e la mamma di Dio… e
Giuseppe pensava a quando Lui sarebbe nato e poi, un giorno, lo avrebbe
chiamato “papà”… e Maria pensava a quando Suo Figlio, un giorno,
l’avrebbe chiamata “mamma”. A loro… Dio che chiamava… a
loro… “mamma e papà”. Come poteva essere possibile una cosa del
genere? Eppure, Giuseppe e Maria, comprendevano bene che a Dio era
possibile tutto e che loro sarebbero veramente stati i genitori del
Figlio di Dio. E ad ogni passo che compivano verso Betlemme, consapevoli
che la nascita non era molto in là da venire, mille e mille e mille
domande affioravano nelle loro menti e mille e mille e mille risposte
cercavano di darsi nel loro cuore. Ma poi, comprendendo bene che non
potevano darsi tutte le risposte, elevavano al Dio altissimo le
loro preghiere invocando la Sua protezione per loro e per quel
Figlio così unico e così particolare. “Ora, mentre
si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto”. Credo
che sia comprensibile a tutti cosa, questa semplice frase, voglia dire.
Qualsiasi donna, almeno credo, lo potrà comprendere. Dare alla luce una
nuova vita è qualcosa di straordinario, ma ogni donna spera di avere
almeno un minimo di tranquillità e di… comodità per poter partorire
un figlio. Mi sembra più che giusto ed il Figlio di Maria non era
un’eccezione a questa regola. Ogni donna, e Maria è una donna anche
se Immacolata, avrebbe voluto non essere in viaggio, per strada, proprio
in quel momento. Ma da una parte vi era la necessità, o per
meglio dire l’imposizione di Cesare Augusto, e dall’altra vi era
anche la comprensione delle Sacre Scritture, che Lei meditava nel
suo cuore, dove il divino operava meraviglie, e dove era indicato
perfettamente il luogo della nascita del Messia: Betlemme. “E
tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo
di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo,
Israele”. (Citazione
del Profeta Michea, riportata in Mt 2,6) Quindi
se l’umore ed i pensieri di Maria si spostavano verso una qualche
ragionevole preoccupazione riguardo a quello che sarebbe stato di Lei e
del Bambino, dall’altra ritornavano altrettanto rapidamente la Luce e
la Speranza nel Suo cuore grazie proprio alla Sapienza che viveva
in Lei e che la istruiva, durante il cammino, il cammino della Chiesa
nascente, sull’Eterna Verità di Dio. E
fu così che Maria, in questo altalenarsi di sentimenti, di pensieri e
di emozioni… “diede
alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in
una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”. Non
c’è posto per Dio. Freddo... L’aria
umida e fredda della grotta deve essere stata la prima cosa che ha
avvertito Gesù. Perché possiamo anche dimenticarci di questo piccolo
particolare quando facciamo i nostri bei presepi, quando ammiriamo
estasiati una bella vetrina di qualche negozio chic del centro che ha
allestito uno di quei presepi mozzafiato; possiamo lasciare che i nostri
occhi brillino di quella gioia fanciullesca quando osserviamo i piccoli
personaggi tutti ben ordinati davanti alla scenografia illuminata dalle
lucine… possiamo fare anche tutto questo ma quella notte, in quella
grotta, Gesù avvertì subito il freddo. E ne avvertì di due tipi: il
primo era il freddo che spirava gelido dalle assi malconce della piccola
capanna costruita dinanzi alla grotta, il secondo era il freddo dei
cuori. Io sono sicuro che gli diede più dolore il secondo… Freddo…
poi, un attimo dopo, un brevissimo istante dopo, avvertì un
piacevolissimo tepore che gli fece quasi dimenticare quel freddo: era
Maria. Che cercava in tutti i modi di non farlo piangere e di scaldarlo
con il suo corpo. Poi, in un secondo momento, avvertì anche un’altra
persona… e comprese che era una persona buona perché aveva acceso un
piccolo fuoco per Lui. Sì… comprese di essere nato e che i Suoi
genitori stavano cercando di fare di tutto per dargli conforto: avrebbe
voluto già dirgli quanto li voleva bene, per questo, ma sapeva che il
Suo corpo non era ancora adatto alla parola… ci sarebbe voluto un
po’ di tempo ancora. Poi, dopo che i tremori iniziarono lentamente a
svanire all’interno di un panno morbido scaldato per l’occasione, si
rese conto che Sua madre voleva allattarlo. Non si fece pregare… Dio
aveva fame! Giuseppe
guardava affettuoso Maria mentre allattava Gesù, e si allontanò, per
pudore, quel tanto che bastava perché Maria potesse fare il suo
mestiere di mamma, senza imbarazzo. Certo, non sarebbe stato sempre
così, ma allora si era all’inizio… e Giuseppe questo lo comprendeva
bene e lo rispettava. Certo…
magari non è andata proprio così, magari qualche particolare può
essere stato diverso, ma vi assicuro che il freddo, almeno quello,
sicuramente quello, Gesù lo patì sul serio
perché non c’era posto per loro nell’albergo. Se
Gesù avesse già potuto capire e parlare avrebbe chiesto ai Suoi:
“Cosa ci facciamo qui?”. Meno male che ancora non gli era
possibile… con quale imbarazzo, Giuseppe, avrebbe risposto? Cosa gli
avrebbe dovuto dire? Che era così povero che non poteva permettersi di
pagare bene un albergatore, in maniera tale da trovargli anche
solo un buco coperto per permettere alla moglie gravida, oltretutto di
un parto così speciale, di dare alla luce il Figlio? Che il
mondo era quello e che Lui, che era Dio, avrebbe dovuto saperlo bene? Povero
Giuseppe… che umiliazione tornare da Maria sua moglie, che attendeva
poco distante dall’ingresso dell’albergo, e dirgli che il
proprietario non si era lasciato commuovere… dirgli che lui non poteva
permettersi di pagare una cifra più alta perché… se avesse avuto più
soldi… un posto si sarebbe sicuramente trovato. I soldi aprono sempre
le porte! Aprono tutte le porte del mondo… perché anche duemila anni
fa il denaro aveva la sua valenza ed il suo potere. Chissà…
chissà, veramente, cosa avrebbe dovuto rispondere quel povero Giuseppe.
E così, alla fine, un uomo quella notte ha chiuso la porta in faccia a
Dio nascente. Avrei voluto vedere la sua faccia, dell’albergatore
intendo, quando sarebbe stato giudicato, perché è stato giudicato,
perché tutti noi saremo giudicati… la faccia dell’albergatore
quando di fronte a Dio riconosce quel Bimbo che doveva ancora
nascere. “…non
c’era posto”. Chissà perché, oggi come ieri, per Dio non c’è
mai posto… un’altra caratteristica del cristianesimo. Altra
peculiarità… il cristianesimo ha due componenti, due sfumature
sempre presenti nella sua storia bimillenaria: la prima sfumatura
è che il cristianesimo è sempre in cammino, come abbiamo visto; la
seconda è che per Cristo, e quindi per i cristiani, al mondo non c’è
mai posto. Andando oltre possiamo a ragione dire anche: ogni
cristiano è in cammino in un mondo che non gli offre un posto dove
riposare. Gesù stesso dirà, anni dopo, che Lui stesso non aveva un posto dove riposare… forse adesso abbiamo compreso, leggermente di più, il perché di questa affermazione così perentoria. La
grotta del mondo Non
possiamo concludere questa meditazione senza accennare a quello che, in
trasparenza, vuole simboleggiare quella grotta. Una grotta che, tra
l’altro, era rifugio di bestie e che, proprio per questo motivo, da
diversi secoli, l’iconografia cristiana pone nel presepe un bue ed un
asinello. Si pensa, probabilmente a ragione, che l’asinello, il mite
ciuchino, fosse stato il mezzo di trasporto di Maria e di Giuseppe
durante il viaggio; e che il bue fosse stato uno degli inquilini
della grotta. Cosa
avranno effettivamente trovato, quella notte, Maria, Giuseppe e Gesù in
quella grotta? La cosa più credibile e più possibile è che nella
grotta ci fosse stato parecchio sterco di animali, parecchio letame,
essendo appunto un ricovero utilizzato dai pastori del luogo per le
bestie; polvere ed insetti dappertutto e ragnatele e… silenzio e
indifferenza. Tutto questo hanno trovato. Una grotta piena di letame,
insalubre ed insicura per un bimbo che ancora deve nascere… un luogo
quasi invivibile per un adulto. Eppure se Dio ha deciso di nascere in un
luogo del genere un motivo deve pure averlo, Lui che sapeva tutto e che
poteva agire diversamente, poteva anche fare in modo che avesse almeno
un minimo di accoglienza alla Sua nascita. Nulla. Nulla di tutto questo
volle Dio. Perché? Per umiltà, certamente…. Per schiacciare la testa
a satana… per distruggere la potenza delle tenebre con la potenza
della Santa Umiltà. Ma poi? Non voleva dirci anche qualcosa d’altro
Gesù? Con questa Sua nascita in un luogo così freddo e sporco? In una
grotta umida e fredda? Ma sì… forse voleva proprio dirci che quella
grotta umida e fredda non è altro che il cuore degli uomini vincolati
dal peccato, un peccato che Lui è venuto a redimere. Un
cuore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, che è divenuto con il
peccato un ricovero di bestie ed un letamaio dove insetti striscianti di
ogni tipo hanno fatto la propria tana. Gesù
nasce in questo luogo, entra nella Storia del mondo da protagonista
anonimo ed indifeso, prendendo spiritualmente possesso proprio della
grotta umida e fredda dei nostri cuori induriti ed indifferenti. Gesù
Bambino viene a vivere in questo luogo perché comprende che è da lì
che deve iniziare la Sua missione salvifica, proprio dal centro
dell’anima degli uomini. Uomini sempre più avidi e chiusi per vedere
oltre la soglia delle proprie aridità mentali e spirituali; uomini
sempre più ingrati e gretti che si sollazzano nelle proprie debolezze e
nei propri vizi riempiendo la stanza di Dio con escrementi di
ogni genere. Gesù
Bambino nasce per questo: nasce per assumere su di sé, piccolo ed
indifeso neonato, tutto il male del mondo. Andiamo allora in questa
grotta per adorarLo, andiamo in questa grotta per andare al centro di
noi stessi, al centro della nostra anima, dove il Santo Bambino ci
aspetta per far diventare questa grotta, santificata e glorificata dalla
Sua presenza, la Santa Casa di Dio.
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